Surrealist Lee Miller

“Preferisco fare una foto, che essere una foto”

Così da famosa modella fotografata da talenti del calibro di Edward Steichen e Arnold Genthe, Lee Miller decise di passare dall’altra parte dell’obiettivo, diventando una delle più celebri fotografe dei suoi e di tutti i tempi.

In un percorso che illustra in 101 foto l’intera carriera di questa straordinaria fotografa americana, Palazzo Pallavicini ospita  “Surrealist Lee Miller”, prima retrospettiva italiana a lei dedicata, a cura di ONO arte contemporanea. 

Lee Miller era una donna di una bellezza modernissima, icona degli anni ’20, modella e musa ispiratrice di Man Ray, amica di Picasso, Cocteau, Mirò: lanciata da Condé Nast, sulla copertina di Vogue nel 1927, Lee Miller fin da subito diventa una delle modelle più apprezzate e richieste fino a quando non decide di passare dall’altra parte dell’obiettivo: rimane colpita profondamente dalle immagini di Man Ray, che riesce ad incontrare nel 1929, presentandosi con queste parole:“my name is Lee Miller, and I’m your new student.” Ne diventerà modella e musa ispiratrice in un duraturo sodalizio artistico e professionale che assieme li porterà a sviluppare la tecnica della solarizzazione.

Meret Oppenheim, solarized portrait by Lee Miller

La Miller apre a Parigi il suo primo studio diventando nota come ritrattista e fotografa di moda, anche se le opere più importanti del periodo sono certamente rappresentate dalle immagini surrealiste, molte delle quali erroneamente attribuite a Man Ray. Nel 1932 decide di tornare a New York per aprire un nuovo studio fotografico che chiude due anni più tardi per seguire il marito (l’uomo d’affari egiziano Aziz Eloui Bey) trasferendosi al Cairo.

Qui intraprende lunghi viaggi nel deserto e fotografa villaggi e rovine, iniziando a confrontarsi con la fotografia di reportage, un genere che Lee Miller porta avanti anche negli anni successivi quando, insieme a Roland Penrose  (l’artista surrealista che sarebbe diventato il suo secondo marito ) viaggia sia nel sud che nell’est europeo.

Poco prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, nel 1939, lascia l’Egitto per trasferirsi a Londra iniziando a lavorare come fotografa freelance per Vogue,  documentando i bombardamenti su Londra. Il suo contributo più importante arriverà nel 1944 quando diviene corrispondente accreditata al seguito delle truppe americane e collaboratrice del fotografo David E. Scherman per le riviste “Life” e “Time”. Fu lei l’unica fotografa a documentare lo sbarco alleato nel D-Day, la liberazione dei campi di concentramento di Dachau e Buchenwald,gli appartamenti di Hitler in Baviera dove  scatta quella che probabilmente è la sua fotografia più celebre: l’autoritratto nella vasca da bagno del Führer.

Lee Miller, Hitler bathtub by David Scherman, 1945

Dopo la guerra Lee Miller, causa lo stress riportato in seguito alla permanenza al fronte, cominciò a soffrire di una grave depressione che gradualmente la allontanò dall’obiettivo fotografico. Morì a settant’anni, il 21 luglio 1977.

 

Palazzo Pallavicini, via San Felice, Bologna dal 14 marzo al 9 giugno 2019

 

 

(in copertina: Lee Miller, Man Ray solarized portrait, 1929)

 

 

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