Monsieur de Givenchy, l’ultimo Couturier

«Mettere un fiore su una cucitura è facile, ma è quasi una truffa. Fare un abito semplice che non sia nient’altro che una linea nello spazio. Quella sì, che è vera couture».

Così Hubert James Marcel Taffin de Givench, scomparso il 10 marzo all’età di 91 anni, definiva la sua idea di Moda, frutto di un lavoro di geometria tessile preciso fino allo spasimo,per il quale bastava l’errore di un millimetro per smontare e rimontare un abito finché non vestisse perfettamente chi lo avesse scelto. Monsieur, come era semplicemente chiamato da tutti, era un uomo che amava davvero le donne e la sua perciò era una Moda tesa a liberare il corpo femminile rendendolo seducente e raffinato anche attraverso  forme comode e avvolgenti, rotonde e senza spigoli, liberate da corsetti, imbottiture, linee troppo aderenti. L’essenza della sua Arte è racchiusa nell’abito divenuto iconico come l’attrice che lo indossò per la prima volta; il raffinatissimo tubino nero di “Colazione da Tiffany” portato con straordinaria eleganza da quella che diverrà la sua musa, una splendida e rarefatta Audrey Hepburn. Fu lei a cercarlo, prima delle riprese del film, chiedendogli di disegnarle gli abiti di scena, ma Monsieur non voleva neppure incontrarla; quella ragazzina magra magra ” vestita come un gondoliere” (come disse poi) non gli sembrava adatta al suo stile. Ma lei insistette a provare uno degli abiti pronti in atelier: le cadeva a pennello. Nacque così una collaborazione e un’amicizia che durò fino alla morte della Hepburn, il 20 gennaio 1993.

 

Come la Hepburn, decine di donne famose si trasformarono in icone di eleganza e raffinatezza, grazie ai suoi abiti: Jacqueline Kennedy, Elisabetta II, la principessa Grace, la duchessa di Windsor, Marlene Dietrich frequentavano l’atelier di questo genio assoluto della creazione dìAlta Moda, che aprì il suo primo atelier nel 1952 per poi ritirarsi nel 1996, non ritrovandosi più in un mondo così tanto cambiato. Ma l'”eterno apprendista” come amava definirsi non smise mai di mettersi alla prova. E diceva: «ho smesso di fare vestiti, ma non di fare scoperte». Forse la lezione più importante che ci abbia lasciato.

 

 

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