Trendy, bella e sostenibile: è la nuova moda

La moda non è mai stata tanto sensibile ai problemi del Pianeta come in questi ultimi anni. Sostenibilità è la parola d’ordine per tutti i nuovi progetti di sviluppo tecnologico dei tessuti e delle forme che abbracciano l’universo dell’abbigliamento.

Ma cosa si intende con “sostenibile”? La moda sostenibile mira a instaurare un rapporto armonioso sia con l’ambiente che con le persone, in primis eliminando le sostanze tossiche dal processo di produzione dei tessuti. Esemplare, al riguardo, la lotta di Greenpeace contro le pratiche impattanti del settore tessile e dell’abbigliamento iniziata nel 2011 con l’iniziativa “Panni Sporchi”, quando nelle acque reflue delle fabbriche in Cina si scoprì la presenza di alcune sostanze tossiche particolarmente nocive per l’ambiente e le persone. I gruppi di sostanze incriminate, tutt’oggi utilizzate da molti stabilimenti, furono esattamente undici, tutte sostanze non biodegradabili che, quindi, con il lavaggio degli abiti, vanno ad accumularsi nelle acque reflue provocando un danno ambientale notevole.

Un altro fattore di rischio determinato dall’impiego di queste sostanze è il bioaccumulo, ovvero quel processo attraverso il quale si fissano sulla pelle causando l’insorgere di gravi patologie. Esiste comunque una legislazione a livello europeo che ne limita rigidamente l’uso in quanto alcune di queste sono potenzialmente cancerogene o, comunque, agiscono sul sistema ormonale andando a interferire con il regolare sviluppo sessuale degli organismi che ne sono venuti a contatto direttamente.

Grazie al contributo di Greenpeace con la sua campagna Detox, oggi molti marchi e stabilimenti produttivi hanno deciso di aderire a questa visione rivoluzionaria: Benetton, Zara, H&M, Nike, Puma, Mango, Levi’s, Adidas, Valentino e il distretto tessile di Prato sono solo alcuni dei protagonisti internazionali dell’industria dell’abbigliamento che stanno intraprendendo un percorso aziendale volto alla sostenibilità.

L’ultimo in ordine di tempo è il brand Ferragamo che, in occasione dell’Earth Day, ha presentato l’ “Orange Fiber Collection”, una capsule di capi ed accessori in cui la sostenibilità si fonde con l’innovazione. L’Orange Fiber, il materiale con cui è prodotta la collezione, è ottenuto dagli scarti delle arance ed è stato brevettato da due ragazze di Catania, Enrica Arena e Adriana Santanocito. Grazie al tessuto ecosostenibile dalla mano serica la collezione unisce la salvaguardia del Pianeta all’eccellenza della moda made in Italy, anche grazie alle fantasie evocative di scenari mediterranei messe a punto da Mario Trimarchi, architetto e designer vincitore del Compasso d’oro 2016. In più il tessuto tessuto a contatto con il corpo rilascia vitamine A, E e C, processo possibile attraverso l’utilizzo di nanotecnologie per cui l’olio essenziale degli agrumi viene fissato sui tessuti, una caratteristica garantita per almeno una ventina di lavaggi anche se le due ricercatrici stanno cercando di mettere a punto anche una modalità per la ricarica con ammorbidenti specifici.

Un’altra interessantissima e innovativa idea è invece nata dalla creatività dell’architetto milanese Giampiero Tessitore che col suo brand “Vegea” ha lanciato la produzione di una pelle vegetale, la Wineleather, tratta dagli scarti della lavorazione del vino. L’idea di Tessitore è stata recentemente premiata con il Global Change Award, istituito dal brand H&M, che viene assegnato ogni anno ai prodotti che hanno maggiori potenzialità commerciali e che si distinguono per il loro tratto profondamente innovativo.

Questa prodotto, come viene spiegato sul sito dell’azienda,“presenta le stesse caratteristiche meccaniche, estetiche e sensoriali di una vera pelle” ma viene realizzata con gli oli e le fibre vegetali estratte dalla vinaccia. Non solo questa pelle, dalle tonalità meravigliose, potrebbe davvero sostituire quella di origine animale, in più è ecosostenibile”. L’obiettivo dell’azienda è arrivare alla produzione entro la fine dell’anno in modo da poter introdurre nel mercato i primi prodotti all’inizio del 2018.

Ma le sorprese non finiscono qui: oltre che dalle arance e dall’uva la tradizione si unisce all’innovazione anche per altre tipologie di tessuti ricavati da scarti di lavorazione o da piante alternative alle più usate. Parliamo della fibra di latte e di quella di ortica.

La prima da vita ad un tessuto davvero speciale: morbido, resistente, dalle proprietà eccezionali e realizzato a partire dagli scarti della lavorazione agroalimentare e cosmetica da cui si ricava la caseina. Questa proteina si trasforma nell’ingrediente principale con cui dare vita a una fibra naturale, antibatterica, anallergica ed idratante “perché la caseina, viva nel filato, rilascia aminoacidi sulla pelle idratandola”, come spiega Antonella Bellina, fondatrice insieme con Elisa Volpi di Duedilatte, impresa toscana cui si deve l’innovativo prodotto. Accanto alla fibra di latte, l’azienda toscana lavora anche la fibra di riso. La cellulosa in essa contenuta dona al filato ed al tessuto morbidezza e flessibilità, rendendolo paragonabile al cachemire.

Innovazione che, in realtà, affonda le sue radici negli anni ’30. “La prima fibra di latte nasce in Italia negli anni ’30, nel periodo autarchico – spiega Antonella Bellina – L’ingegner Ferretti si inventò la possibilità di ricavare una fibra naturale da una risorsa come le quote latte, che all’epoca erano in sovra produzione in Italia. All’epoca una scelta quasi obbligatoria perché non si potevano importare fibre, oggi è una scelta obbligatoria perché il nostro mondo deve cambiare”.

Ancora artigianale ma forse per poco è invece l’utilizzo dell’ortica per realizzare tessuti adatti all’abbigliamento. L’utilizzo dell’ortica fa parte di una tradizione dimenticata ma fino a circa settanta anni fa molto attiva.
I tessuti ricavati dalla lavorazione della fibra dell’ortica sono ipoallergenici ed ecosostenibili (ed ovviamente non urticanti) poiché la pianta non ha bisogno di trattamenti chimici per crescere e svilupparsi.  Realizzare il tessuto, però, è piuttosto impegnativo: da un fascio di cinque chili di ortica fresca si ottengono appena 15 o 20 grammi di filato, che poi viene tinto con i pigmenti di alcune piante spontanee e colorate come reseda, robbia tintoria, papavero, betulla o noce.

“Una maglia di ortica è davvero un capo prezioso: per realizzarla, dalla raccolta delle piante al confezionamento, ci si può impiegare anche un anno e mezzo” dice Michela Musitelli, artigiana di Enego (Vicenza), che sull’altopiano di Asiago coglie, fila e tinge con pigmenti naturali l’ortica. Oggi la fibra dell’ortica, che è simile a quella del lino, viene utilizzata per realizzare maglie e camicie perché ha buone caratteristiche antistatiche, traspiranti e termoregolatrici.

 

Eco-sostenibilità sembra dunque essere la nuova parola d’ordine che coinvolge tutto il ciclo produttivo dell’industria moda che, partendo da una maggiore oculatezza nella scelta dei materiali  e dei processi di lavorazione, mira ad un cambiamento globale di gusto, sensibilità e valori etici, verso una responsabilità sociale che non può essere lasciata solo alle aziende produttrici ma deve diventare un impegno importante per ognuno di noi.

 

(foto e contenuti dal web)

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